Riportiamo di seguito l’articolo pubblicato pochi giorni fa da L’Unione Sarda con la posizione della UIL Sardegna sulle ripercussioni che l’arrivo dei 41bis avranno sul sistema sanitario regionale.
La Uil: chi assicura le cure mediche?
«L’arrivo dei boss nel carcere di Uta può avere ripercussioni pesantissime sul sistema sanitario dell’intero territorio». La preoccupazione viene manifestata dalla segretaria generale della Uil sarda Fulvia Murru: «Già prima dei trasferimenti meno di 30 infermieri dovevano assistere circa 750 detenuti, garantendo il servizio sette giorni su sette. In alcune fasce orarie un solo infermiere arrivava ad avere in carico più di 150 detenuti, distribuiti tra diversi bracci e blocchi». In uno scenario mutato affiorano nuovi problemi. «Per garantire turni sostenibili, assistenza continuativa e percorsi separati per il 41-bis, – spiega la responsabile della Uil – riteniamo necessario arrivare ad almeno 55-60 infermieri complessivi, affiancati da un numero adeguato di operatori sociosanitari».
Chi pagherà tutto questo? «La Sardegna finanzia autonomamente il proprio sistema sanitario e ospita una popolazione detenuta in larga parte proveniente da altre regioni. Non può diventare il luogo nel quale lo Stato trasferisce i problemi del sistema penitenziario nazionale senza garantire risorse, personale e investimenti adeguati. Il regime speciale comporta procedure di sicurezza molto più complesse, percorsi sanitari separati e tempi più lunghi per le visite, le terapie, la somministrazione dei farmaci, gli accertamenti diagnostici, i trasferimenti ospedalieri e la gestione delle emergenze». Il sindacato invoca «un piano straordinario e immediato di assunzioni di agenti carcerari, medici, infermieri, Oss, psicologi e psichiatri. La sicurezza nazionale – conclude Fulvia Murru – è una responsabilità dello Stato e non può diventare un costo sanitario, sociale ed economico scaricato sull’Isola». (ma.ra.)

